Storia & Ambiente

Piccole perle di storia e di ambiente

Una sintesi di storie e di ambienti vicini alla città di Belluno da leggere e sopratutto da vivere in occasione del Raduno Triveneto di giugno.

Belluno

Le origini

Possibili origini celtiche sono riconoscibili nella radice *bel- con il significato di “brillante” e dunum“centro fortificato”, pertanto Belluno è la “Città splendente”.

Capoluogo dell’omonima provincia sorge a quota 389 m s.l.m.

Nel territorio comunale di 147,22 kmq. insistono una trentina di frazioni, ovvero borghi minori di insediamenti di pregevoli architettura rurale.

Al 31 gennaio 2023 gli abitanti erano 35.464 per una densità di 240,89 ab. kmq.

Un antico blasone(detto) popolare recita Bèl Belùn… secondo a nessun!, ovvero Bella Belluno, come nessun’altra città!

Le primissime popolazioni del luogo furono quelle pre-indoeuropee prima del 3000 a.C. e i Paleoveneti giunsero dalla pianura padana risalendo la valle del Piave.

I primi insediamenti umani individuati nel territorio di Belluno risalgono alla prima metà del I millennio a.C.

All’incirca in tale periodo (tra 80e 400 a.C.) il territorio bellunese subì l’invasione dei Galli e tracce celtiche si trovano nella toponomastica e nello stesso nome della città.

L’emigrazione del Bellunese

Un flusso ininterotto 

Dal sec. XVI in poi si ripetettero flussi migratori interni alla Repubblica di Venezia dominante l’alta valle del Piave (1404-1797).

Stagionalmente artigiani valligiani di strada, per la stasi dei lavori agricoli, raggiungevano i territori della Serenissima e dell’Impero asburgico.

Tornavano a casa in tempo per semina e fienagione.

Caduta Venezia, varie calamità favorirono l’emigrazione di massa in Prussia (Germania), Austria e Russia per costruire grandi vie di comunicazione (v. Transiberiana) sino alla caduta di quegli Imperi ad inizio ‘900.

Dopo l’annessione al Regno d’Italia (1866), perdurando fame e miseria, si emigrò verso l’Europa centrale fronteggiando l’incremento demografico del 130% della popolazione (1820-1921).

Dagli anni ’70 del sec. XIX la “Grande Emigrazione”, sollecitata dal “sogno americano”, spinse migliaia di famiglie oltre oceano alla ricerca dell’“eldorado”.

Lo spopolamento della montagna veneta gravò molto dal 1861 al 1985: emigrarono infatti quasi 30 milioni di italiani con il Nord Est – Belluno in particolare – sempre ai vertici degli espatri.

Quali sono i “volti” più noti dell’emigrazione bellunese?

Il minatore. Arte praticata da secoli nel Bellunese. Fu facile trovare lavoro nelle miniere europee e degli Stati Uniti, così come nella cantieristica per costruire dighe, strade e ponti in ogni continente.

I seggiolai (careghète). Soprattutto dall’Agordino operarono nella pianura padana sino ai Pirenei francesi oltre la metà del sec. XX.

Gli zattieri (zatér). Dalla Spagna al Caucaso i bellunesi per secoli trasportarono materiali sulle vie d’acqua.

Il gelatiere. Titolari e addetti sono attivi in tutta Europa, provenienti dalle Valli di Zoldo e Boite.

Le donne. Oltre a filandère e serve, le balie da latte, pure di pargoli illustri (ad es. Luchino Visconti e Rita Levi Montalcini).

Il lavoro minorile. Ciòde e ciodéti al servizio nelle case signorili e nelle aziende edili e agricole del vicino Trentino.

È una storia mai chiusa.

La nuova emigrazione vede i giovani sulla via dell’estero non trovando lavoro a casa propria,ma pure per aumentare il bagaglio professionale. Non più stipati in piroscafi e treni, ma in aereo. Non più con la valigia di cartone, ma con lauree e conoscenza di più lingue.

E la storia continua…

Bellezze Naturali e Artistiche

Bellezze naturali

Tra le bellezze naturali si annoverano l’Alpe del Nevegàl , il Gruppo della Schiara, il biotopodella zona umida delle fontane di Nogarè e il canyon naturale del Bus del Busón (insediamento paleoveneto).

Bellezze artistiche

Tra le bellezze artistiche ricordiamo i Musei Civici con la Pinacoteca a Palazzo Fulcis e la sezione archeologica nel Palazzo dei Giuristi.

Opere di vari autori, da Paris Bordone e Palma il giovane ad Andrea Brustolon, si trovano nella Basilica di S. Martino, che sorge accanto al campanile di Filippo Juvara (sec. XVIII), e nelle chiese di S. Stefano (XV-XVI sec.) e S. Pietro (XIV sec. e ricostruita nel XVIII).

Da segnalare il palazzo dei Rettori (oggi Prefettura, XVI sec.), il Monte di Pietà (sec. XVI), il palazzo dei Vescovi (oggi Auditorium, sec. XII), il Teatro Comunale di Giuseppe Segusini (sec. XIX).

Da ricordare poi che, città turrita in epoca medievale, oggi rimangono in Belluno soltanto le vestigia del Torrione e quelle del Castello di città oltre alle porte Rugo (sec. XIII e successive trasformazioni) e Dojona (sec. XIII e successive trasformazioni), mentre porta Dante, già Porta Ussolo, fu restaurata nel 1865 e dedicata al Sommo Poeta.

Personaggi illustri

Nei secoli hanno dato lustro a Belluno: Pierio Valeriano, umanista e notaio pontificio; Sebastiano Ricci, caposcuola della pittura veneta del ‘700; Andrea Brustolon, scultore detto il “Michelangelo del legno” (sec. XVII-XVIII); papa Gregorio XVI, al secolo Bartolomeo Alberto Cappellari (sec. XIX); Tomaso Antonio Catullo, naturalista e rettore dell’Università di Padova (sec. XIX); Aristide Gabelli, pedagogista (sec. XIX); Giovanni De Min, pittore (sec. XIX); Ippolito Caffi, pittore (sec. XIX); Ugo Fasolo, scrittore e critico (sec. XX); Dino Buzzati, scrittore (sec. XX); Pierina Boranga, pedagoga (sec. XX); Rodolfo Sonego, soggettista e sceneggiatore cinematografico (sec. XX); Beniamino Dal Fabbro, critico e scrittore (sec. XX); Mario De Biasi, fotografo e reporter (sec. XX).

Per vicende familiari nel secolo XX vi nacque l’attore Marco Paolini, mentre vi trascorsero la loro infanzia gli scrittori Pier Paolo Pasolini e Giuliano Procacci.

Il Rifugio 7° Alpini al Pis Pilòl

Un punto focale del territorio

Il Rifugio 7° Alpini sorge nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi fra due rami nativi del torrente Ardo e nell’anfiteatro delle imponenti pareti sud della Schiara.

Costruito con l’apporto determinante degli alpini del 7°, fu inaugurato nel 1951.

Il Rifugio 7° e la vicina capanna-bivacco “Severino Lussato” sono la base per gran parte delle principali ascensioni alpinistiche e delle traversate turistico-alpinistiche sul Gruppo dei monti Schiara, Pelf e Pale del Balcòn.

Il Rifugio è punto terminale dell’Alta via n. 1 delle Dolomiti, che in circa 150 km conduce dal lago di Braies a Belluno, nonché punto di ristoro per gli escursionisti che percorrono a piedi il tragitto da Monaco a Venezia.

Il Gruppo montano della Schiara

La Sciara

Il Gruppo della Schiara, che prende il nome dalla vetta principale (2.565 m), è un massiccio montuoso a nord della città e deriva dal dialetto sciara = anello in base ad una leggenda popolare secondo la quale S.Martino, patrono di Belluno, vi legava il cavallo.

Sito all’interno del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi è noto ad alpinisti e rocciatori per la varietà di pareti dolomitiche ad alto grado di difficoltà, sentieri, vie e ferrate.

Tra queste ultime sono le ferrate “Piero Rossi” e “Luigi Zacchi” che partono in prossimità del portón, grotta naturale sita a poche decine di metri dal Rifugio 7° Alpini (1.502 m) per raggiungere il quale si percorre un sentiero con oltre 1.000 m di dislivello.

A quota 2.328 si giunge al bivacco “Ugo Dalla Bernardina” e poi si può raggiungere la “Gusèla del Vescovà” (2.366 m), un torrione di pietra di oltre 40 m da gusèla=ago per la sua caratteristica sembianza fusiforme.

La prima salita in artificiale della Gusèla fu del 1909 ad opera del tenente degli alpini Arturo Andreoletti (futuro fondatore dell’Associazione Nazionale Alpini) con il tenente Carlo Sassi, il capitano Jacopo Cornaro e alcuni alpini della 64a Compagnia del Battaglione “Feltre”.

L’impresa fallì e fu ripetuta nel 1913 quando lo stesso Andreoletti, condotto dalla forte guida fassana Francesco Jori e con l’alpino Giuseppe Pasquali di Caviola, arrivò in cima.

Il versante settentrionale della Schiara, invece, è servito dal Rifugio “Furio Bianchet”, sito nella radura del Pian dei Gat (1.250 m) e ideale punto d’appoggio per escursioni ed ascensioni di ogni grado di difficoltà, alcune delle quali figurano tra le più spettacolari nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi.

L’Altopiano del Cansiglio

Il bosco da reme

L’Altopiano del Cansiglio si estende a cavallo delle province di Belluno, Treviso e Pordenone ed il suo nome probabilmente deriva da “concilium”, terra consortile indivisa di boschi e pascoli, appartenente a più comunità.

Vari reperti testimoniano la presenza umana a oltre 10.000 anni fa quando l’Uomo di Cromagnon utilizzava l’altopiano a riserva di caccia, risalendovi dalla pianura durante la stagione estiva.

Gli insediamenti successivi (Paleoveneti, Romani, Barbari) vedono un avvicinamento al Cansiglio soprattutto da parte degli alpagoti.

Il primo documento risale al 923 d.C., allorché il re d’Italia Berengario assegnò quel feudo al Vescovo Conte di Belluno.

In epoca comunale passò alle “Regole della Comunità dell’Alpago”, indi nel sec. XVI alla Repubblica di Venezia e ricordato come “Bosco dei Dogi” o “Bosco da reme”.

Dopo i domini napoleonico e asburgico nel 1866 il Cansiglio passò sotto la gestione dell’Azienda di Stato italiana per le Foreste Demaniali.

Oggi lassù una presenza importante è quella di Veneto Agricoltura,  l’Agenzia che svolge attività di supporto alla Giunta Regionale  nell’ambito delle politiche per i settori agricolo, agroalimentare, forestale e della pesca.

Essa opera a salvaguardia e tutela di biodiversità vegetali e animali autoctone d’interesse agrario, naturalistico e ittico e nella gestione del demanio forestale regionale.

Di proprietà di Veneto Agricoltura sono pure il Museo regionale dell’Uomo “Anna Vieceli” ed il Centro etnografico e di cultura cimbra che testimonia l’insediamento di questa popolazione proveniente  dall’Altopiano dei Sette Comuni.

In questa sezione potete inoltre trovare informazioni relative a:

Nevegàl
Vajont